Questa poesia parla di quanto il tempo scorra veloce e quanto veloce ci porti da sua sorella
Il tempo scorre,
ti svegli la mattina e cominci a correre,
corri corri e ancora corri,
“Scappo!” diciamo,
scappiamo al lavoro, a casa, a scuola e viceversa.
Tempo scorre come un treno diretto al capolinea,
se guardiamo un metro,
ci rimane ben poco da vivere,
chi crede vive nella speranza vana che di là ci sia qualcosa:
inferno, purgatorio o meglio ancora,
il paradiso.
Chi non crede vede il buio avvicinarsi,
vede l’eternità sotto terra al buio senza sapere più niente di chi ancora vive,
quel buio inghiotte senza paura e indecisione,
quel buio ti aspetta dietro ad un angolo, un bar una mattina dopo aver pronunciato “Ci vediamo stasera”,
stai mangiando la tua pasta nel tuo bar e,
arriva con una scusa ti trascina via senza darti il tempo di dire: sto morendo!
Ti metteranno sotto terra,
ti metteranno sopra al comò dentro ad una cornice argentata,
spolverandoti ogni mattina mentre fanno il letto e ogni sera la preghiera quotidiana invocando il tuo ritorno.
Siamo vittime del tempo e drogati,
drogati dalla velocità,
drogati dalla velocità con cui andiamo verso la morte.
lunedì 30 agosto 2010
lunedì 19 luglio 2010
“Quanto sei bella piazza”
Questa poesia racconta la vita di piazza ma deve combattere con il suo nemico peggiore.
Chiese negozi panchine,
bastoni appoggiati affianco delle panchine,
giovani vecchi discutono di politica,
bambini giocano a “Ruba Bandiera” davanti alla chiesa,
arriva anche un piccione che mangia dalla mano di un bambino,
arrivano tutte le famiglie,
i bambini corrono corrono,
corrono in mezzo alla piazza,
i padri tutti riuniti a guardare la partita di pallone,
le madri tutte sedute a guardare il giocare dei propri bambini.
Quanto sei bella piazza,
il sole ti illumina,
il municipio ti fa ombra,
fai giocare i tuoi bambini,
fai giocare fai urlare fai correre i tuoi bambini: i tuoi figli,
perché tutti noi siamo figli tuoi.
Quanto sei bella piazza all’imbrunire del giorno,
i giovani e i vecchi ancora lì a parlare di politica,
barristi che devono chiudere ma si incantano a guardare quei ragazzi che magicamente,
hanno perso la cognizione del tempo.
Quanto sei bella piazza,
combatti contro il tuo nemico,
combatti contro,
il nemico peggiore della società:
il supermercato,
forse un giorno ci accorgeremo che il luogo migliore sei tu e forse ripeteremo di nuovo:
“Quanto sei bella piazza”.
Chiese negozi panchine,
bastoni appoggiati affianco delle panchine,
giovani vecchi discutono di politica,
bambini giocano a “Ruba Bandiera” davanti alla chiesa,
arriva anche un piccione che mangia dalla mano di un bambino,
arrivano tutte le famiglie,
i bambini corrono corrono,
corrono in mezzo alla piazza,
i padri tutti riuniti a guardare la partita di pallone,
le madri tutte sedute a guardare il giocare dei propri bambini.
Quanto sei bella piazza,
il sole ti illumina,

il municipio ti fa ombra,
fai giocare i tuoi bambini,
fai giocare fai urlare fai correre i tuoi bambini: i tuoi figli,
perché tutti noi siamo figli tuoi.
Quanto sei bella piazza all’imbrunire del giorno,
i giovani e i vecchi ancora lì a parlare di politica,
barristi che devono chiudere ma si incantano a guardare quei ragazzi che magicamente,
hanno perso la cognizione del tempo.
Quanto sei bella piazza,
combatti contro il tuo nemico,
combatti contro,
il nemico peggiore della società:
il supermercato,
forse un giorno ci accorgeremo che il luogo migliore sei tu e forse ripeteremo di nuovo:
“Quanto sei bella piazza”.
martedì 29 giugno 2010
Perdere tempo
Bologna non è sporca, è solo dipinta!
Proprio di questo parla questa poesia, della pulizia di Bologna. Faccio fatica a capire veramente da cosa bisogna ripulire Bologna.
Città dei piccioni,
città rossa,
città,
Bologna grande città,
grandi piazze,
grandi strade,
enormi portici dipinti da ragazzi,
dipinti per sfogare quella creatività,
città dipinta,
come fossero sporchi vogliono ripulire i muri,
ci sono parolacce,
ci sono,
meglio sui muri che in televisione.
Bologna, città meravigliosa,
la vogliono ripulire,
ripulire da una cosa che non da fastidio,
una cosa che,
non disturba:
i graffiti,
non disturbano,
non fanno male alla salute,
Bologna piena di smog,
“No pensiamo a ripulirla dai murale”,
perdere tempo,
perdere tempo perché non si sa che fare,
il commissario non sa stare con le mani in mano,
e allora,
giù con le pulizie di Pasqua,
fino ad ora non gliene era mai interessato a nessuno,
ma ora,
come degli annoiati,
stiamo facendo una cosa inutile,
tanto Bologna ha un commissario,
non ha più un governo
ma è come,
purtroppo,
un governo di destra.
Proprio di questo parla questa poesia, della pulizia di Bologna. Faccio fatica a capire veramente da cosa bisogna ripulire Bologna.
Città dei piccioni,
città rossa,
città,
Bologna grande città,
grandi piazze,
grandi strade,
enormi portici dipinti da ragazzi,
dipinti per sfogare quella creatività,
città dipinta,
come fossero sporchi vogliono ripulire i muri,
ci sono parolacce,
ci sono,
meglio sui muri che in televisione.
Bologna, città meravigliosa,
la vogliono ripulire,
ripulire da una cosa che non da fastidio,
una cosa che,
non disturba:
i graffiti,
non disturbano,
non fanno male alla salute,
Bologna piena di smog,
“No pensiamo a ripulirla dai murale”,
perdere tempo,
perdere tempo perché non si sa che fare,
il commissario non sa stare con le mani in mano,
e allora,
giù con le pulizie di Pasqua,
fino ad ora non gliene era mai interessato a nessuno,
ma ora,
come degli annoiati,
stiamo facendo una cosa inutile,
tanto Bologna ha un commissario,
non ha più un governo
ma è come,
purtroppo,
un governo di destra.
venerdì 4 giugno 2010
Non solo un semplice lago
Questa poesia è dedicata ad un luogo, un luogo che per me possiede una magia smisurata.
Era da tanto che volevo descrivere questo luogo ma non ho mai trovato le parole giuste.
Adesso le ho trovate.
Gabbiani volano bassi,
tutti allegri,
i pescatori allegri ormeggiano la loro barca al molo,
tutto tranquillo,
col suo suono di acqua che si scontra con la banchina,
le piazze ancora antiche,
percorse da biciclette,
è l’atmosfera del Lago di Como.
Quei paeselli piccoli,
piccoli come piani di palazzi,
dove si conoscono tutti,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutto,
i bambini possono uscire da soli perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
All’alba vedi,
scendere la gente dalle strade per raggiungere il loro impiego,
all’alba senti il cigolio delle serrande dei negozi,
senti salutare perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
Non c’è frenesia,
non c’è frenesia nelle persone,
non c’è angoscia,
non c’è,
non c’è il traffico,
non c’è fretta,
non c’è paura,
non c’è solitudine,
non c’è perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
La fine della giornata non è fine,
continua l’avventura della vita,
perché non c’è fretta sul lago di Como,
tutti pronti a vivere,
tutti pronti a sognare,
tutti pronti a svegliarsi di nuovo e pronunciare quella parola,
“Ciao”.
Le botteghe sono popolate,
i negozi sono frequentati perché,
non c’è la rovina della società:
il centro commerciale,
tutti escono dai negozi e guardano di fronte a loro,
il lago,
con le sue montagne che incontrandosi formano una curva perfetta.
Mondo a parte quello del lago di Como,
ma circondato da uno stereotipo,
inventato,
inventato dalle regioni invidiose della bellezza,
non tanto del paesaggio,
ma,
della società che fa vivere,
a chi va in vacanza,
un sogno magnifico.
Era da tanto che volevo descrivere questo luogo ma non ho mai trovato le parole giuste.
Adesso le ho trovate.
Gabbiani volano bassi,
tutti allegri,
i pescatori allegri ormeggiano la loro barca al molo,
tutto tranquillo,
col suo suono di acqua che si scontra con la banchina,
le piazze ancora antiche,
percorse da biciclette,
è l’atmosfera del Lago di Como.
Quei paeselli piccoli,
piccoli come piani di palazzi,
dove si conoscono tutti,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutto,
i bambini possono uscire da soli perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
All’alba vedi,
scendere la gente dalle strade per raggiungere il loro impiego,
all’alba senti il cigolio delle serrande dei negozi,
senti salutare perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
Non c’è frenesia,
non c’è frenesia nelle persone,
non c’è angoscia,
non c’è,
non c’è il traffico,
non c’è fretta,
non c’è paura,
non c’è solitudine,
non c’è perché,
tutti sanno di tutto e tutto sa di tutti.
La fine della giornata non è fine,
continua l’avventura della vita,
perché non c’è fretta sul lago di Como,
tutti pronti a vivere,
tutti pronti a sognare,
tutti pronti a svegliarsi di nuovo e pronunciare quella parola,
“Ciao”.
Le botteghe sono popolate,
i negozi sono frequentati perché,
non c’è la rovina della società:
il centro commerciale,
tutti escono dai negozi e guardano di fronte a loro,
il lago,
con le sue montagne che incontrandosi formano una curva perfetta.
Mondo a parte quello del lago di Como,
ma circondato da uno stereotipo,
inventato,
inventato dalle regioni invidiose della bellezza,
non tanto del paesaggio,
ma,
della società che fa vivere,
a chi va in vacanza,
un sogno magnifico.
martedì 1 giugno 2010
Uno gioco nuovo in Italia
Questa poesia narra di un gioco terribile comparso in Italia.
Questo blog ne aveva già parlato in precedenza ma, come dico sempre, è meglio ripetere.
Nel ventunesimo secolo è stato inventato un nuovo gioco,
dopo la box,
è stato inventato un nuovo gioco,
dopo gli autoscontri è stato inventato un nuovo gioco,
un gioco un passatempo:
le aggressioni razziali,
invece di malmenare un sacco di cotone,
si malmena un albanese un rumeno o un omosessuale,
per gioco per passatempo,
si malmena,
si malmena anche per odio per quella costrizione mentale ancora divisa,
a razze.
È l’effetto della xenofobia,
malattia autoimmune,
contagiosa,
odio per le persone degli altri paesi,
odio per gli immigrati,
odio per tutte le persone che parlano una lingua diversa,
rosso giallo blu che differenza fa,
non c’è scritto da nessuna parte,
l’acquisto dell’Italia da parte del popolo che,
non si riesce a pulire da quella sporcizia,
chiamata gentilmente:
fascismo.
Questo blog ne aveva già parlato in precedenza ma, come dico sempre, è meglio ripetere.
Nel ventunesimo secolo è stato inventato un nuovo gioco,
dopo la box,
è stato inventato un nuovo gioco,
dopo gli autoscontri è stato inventato un nuovo gioco,
un gioco un passatempo:
le aggressioni razziali,
invece di malmenare un sacco di cotone,
si malmena un albanese un rumeno o un omosessuale,
per gioco per passatempo,
si malmena,
si malmena anche per odio per quella costrizione mentale ancora divisa,
a razze.
È l’effetto della xenofobia,
malattia autoimmune,
contagiosa,
odio per le persone degli altri paesi,
odio per gli immigrati,
odio per tutte le persone che parlano una lingua diversa,
rosso giallo blu che differenza fa,
non c’è scritto da nessuna parte,
l’acquisto dell’Italia da parte del popolo che,
non si riesce a pulire da quella sporcizia,
chiamata gentilmente:
fascismo.
mercoledì 12 maggio 2010
Dopo il sei
Mi capita di sentire persone che sono contente del lavoro fatto da Berlusconi in Abruzzo.
Invece io proporrei uno sguardo più realistico. Il blog affronta Realtà e dintorni e quindi mi è venuta l'idea di scrivere una poesia dedicata a quelle persone, non fatte più vedere, che vivono ancora in mezzo ad una strada.
Quella notte dormivano tutti,
tutti intenti a sognare nel silenzio del buio,
quei sogni sono stati fermati,
il terremoto ha premuto “stop”,
le case le piazze le chiese hanno tremato,
hanno tremato così forte che,
tutto si è sgretolato come fosse una cialda,
si è sgretolato,
l’indomani mattina tutte le radio i giornali le tv hanno annunciato,
che un terremoto,
era arrivato all’Aquila,
spazzati via tutti i ricordi,
spazzati via gli amici,
spazzati via i lavori,
spazzati via gli studenti,
tutti preoccupati quel 6 Aprile 2009,
da tutta Italia andavano,
andavano ad aiutare a scavare,
a scavare tra le macerie,
giorni di panico,
giorni di dolore,
dolore terribile dimenticato.
Dimenticato dallo stato,
dimenticato dalle TV,
dimenticato dai giornali,
dimenticato anche da lui,
lui che aveva promesso,
promesso poi,
svanito nel nulla,
con due,
due costruzioni,
costruzioni che con gloria,
faceva osservare,
faceva osservare,
faceva toccare a pochi,
faceva toccare a pochi,
bicchieri nuovi posate coperte,
illusione terribile,
set cinematografico,
il retrò non si vede mai,
mai,
non te lo fanno vedere,
dicevano,
“Gli abruzzesi sono contenti”,
si diceva,
ma gli abruzzesi erano,
erano con il governo,
arrabbiati,
arrabbiati,
lui,
promette e non mantiene,
arrabbiati col regista di quest’Italia malmessa,
col capitano della nave che,
come il Titanic sta affondando,
con un’unica differenza,
il nostro capitano è stato scelto.
Si dice,
si dice che abbia fatto chi sa cosa,
si dice,
che abbia sistemato tutto,
si dice che ha rifatto le scuole,
e con un coretto simpatico ha acquistato elettori futuri,
si dice che sia tutto a posto,
si dice,
si dice.
Sono state infossate tutte le prove,
non fanno vedere perché corrotti,
non fanno vedere perché se no perdono il posto,
segreto,
segreto che sa solo chi va a vedere,
celato,
sotterrato come un cadavere.
Sarebbe un film perfetto ma purtroppo,
è la realtà italiana.
Invece io proporrei uno sguardo più realistico. Il blog affronta Realtà e dintorni e quindi mi è venuta l'idea di scrivere una poesia dedicata a quelle persone, non fatte più vedere, che vivono ancora in mezzo ad una strada.
Quella notte dormivano tutti,
tutti intenti a sognare nel silenzio del buio,
quei sogni sono stati fermati,
il terremoto ha premuto “stop”,
le case le piazze le chiese hanno tremato,
hanno tremato così forte che,
tutto si è sgretolato come fosse una cialda,
si è sgretolato,
l’indomani mattina tutte le radio i giornali le tv hanno annunciato,
che un terremoto,
era arrivato all’Aquila,
spazzati via tutti i ricordi,
spazzati via gli amici,
spazzati via i lavori,
spazzati via gli studenti,
tutti preoccupati quel 6 Aprile 2009,
da tutta Italia andavano,
andavano ad aiutare a scavare,
a scavare tra le macerie,
giorni di panico,
giorni di dolore,
dolore terribile dimenticato.
Dimenticato dallo stato,
dimenticato dalle TV,
dimenticato dai giornali,
dimenticato anche da lui,
lui che aveva promesso,
promesso poi,
svanito nel nulla,
con due,
due costruzioni,
costruzioni che con gloria,
faceva osservare,
faceva osservare,
faceva toccare a pochi,
faceva toccare a pochi,
bicchieri nuovi posate coperte,
illusione terribile,
set cinematografico,
il retrò non si vede mai,
mai,
non te lo fanno vedere,
dicevano,
“Gli abruzzesi sono contenti”,
si diceva,
ma gli abruzzesi erano,
erano con il governo,
arrabbiati,
arrabbiati,
lui,
promette e non mantiene,
arrabbiati col regista di quest’Italia malmessa,
col capitano della nave che,
come il Titanic sta affondando,
con un’unica differenza,
il nostro capitano è stato scelto.
Si dice,
si dice che abbia fatto chi sa cosa,
si dice,
che abbia sistemato tutto,
si dice che ha rifatto le scuole,
e con un coretto simpatico ha acquistato elettori futuri,
si dice che sia tutto a posto,
si dice,
si dice.
Sono state infossate tutte le prove,
non fanno vedere perché corrotti,
non fanno vedere perché se no perdono il posto,
segreto,
segreto che sa solo chi va a vedere,
celato,
sotterrato come un cadavere.
Sarebbe un film perfetto ma purtroppo,
è la realtà italiana.
venerdì 7 maggio 2010
La vera natura
Dovete sapere che io abito dietro ad una scuola elementare e, quando arrivo a casa per pranzo, si sente un suono meraviglioso.
Ho deciso di dedicare una poesia a questo suono veramente meraviglioso.
Urli,
a mezzogiorno,
provengono dalla scuola dietro casa,
urli,
non fastidiosi,
affatto fastidiosi,
piacevoli,
quegli urli,
di voce candida e armoniosa,
senza un pizzico di raucedine,
urli che provengono dal cuore,
urli liberatori,
urli, che quasi si confondono con l’ambiente naturale,
natura,
sorge il dubbio che sia quella la vera natura,
dubbio che dopo cinque minuti si risolve:
sono quegli urli la natura,
natura non considerata tale da un biologo,
ma considerata tale da uno fragile di cuore o da una persona che semplicemente,
con un po’ di pazienza,
si ferma e,
ascolta,
ascolta questi urli che vanno vanno vanno,
vanno in celo,
si disperdono nelle nuvole,
arrivano al mare,
e sorprendono anche gli abitanti del mare,
sorprendono i pescatori che distolgono,
per un attimo lo sguardo dalla canna e,
ascoltano ascoltano ascoltano,
ascoltano senza interessarsi da dove provengano,
questi urli di voce,
candida e armoniosa.
Ho deciso di dedicare una poesia a questo suono veramente meraviglioso.
Urli,
a mezzogiorno,
provengono dalla scuola dietro casa,
urli,
non fastidiosi,
affatto fastidiosi,
piacevoli,
quegli urli,
di voce candida e armoniosa,
senza un pizzico di raucedine,
urli che provengono dal cuore,
urli liberatori,
urli, che quasi si confondono con l’ambiente naturale,
natura,
sorge il dubbio che sia quella la vera natura,
dubbio che dopo cinque minuti si risolve:
sono quegli urli la natura,
natura non considerata tale da un biologo,
ma considerata tale da uno fragile di cuore o da una persona che semplicemente,
con un po’ di pazienza,
si ferma e,
ascolta,
ascolta questi urli che vanno vanno vanno,
vanno in celo,
si disperdono nelle nuvole,
arrivano al mare,
e sorprendono anche gli abitanti del mare,
sorprendono i pescatori che distolgono,
per un attimo lo sguardo dalla canna e,
ascoltano ascoltano ascoltano,
ascoltano senza interessarsi da dove provengano,
questi urli di voce,
candida e armoniosa.
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